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La maturità del nuovo millennio (2000-2010)

Bosé proveniva da dieci anni convulsi e confusi, dal provare quasi tutte le inquietudini artistiche:  dirigere opere di teatro (“Los bosques de Nyx” per il Festival dI Mérida del 1994), presentare programmi televisivi (l’oggi mitico Séptimo de caballeria”), avventurarsi nell’industria alimentare e alberghiera, dal prestare la sua voce e la sua presenza in campagne politiche del PSOE. E al di sopra di tutto, dal superamento di un pauroso incidente d’auto che lo ha obbligato a rimanere in casa, lui mai immobile, per molti mesi.
Dopo aver attraversato i 40 anni con “Laberinto e “Once maneras de ponerse un sombrero”, Bosé affrontava la realtà di risultare troppo maturo per il suo pubblico che allo stesso tempo avanzava nella stessa direzione, con l’unica differenza che, la sua vita continuava ad essere appassionante, vertiginosa, sempre occupata.

Nel 2000, dopo l’incidente grave con la sua macchina, Miguel chiude un ciclo con una compilation di successi, contenente un paio di brani inediti, che vende un milione di copie in Spagna e Latinoamerica. Con la pubblicazione di questo album, “Lo mejor de” Miguel, dopo quattro anni di assenza dalle scene, si unì ad Ana Torroja, la mitica cantante dei Mecano, per realizzare “Girados”, una macrotournée di grandi successi in Spagna, USA e Latinomerica. Il disegnatore belga Ignace D’aese creò la scenografia dello show con una simbologia che rappresentava la fusione tra l’uomo e la donna.

Il disco successivo, “Sereno” ha ricevuto il Grammy al miglior album. E Miguel lo incise senza uscire dalla sua casa di Madrid.
In “Sereno” si dimostrò che il suono elettronico continuava ad essere intrecciato al suono acustico, i giochi di parole coprivano pareti di suono come se fossero impigliati, e il tipico carattere sofisticato, pericoloso e ambiguo si manteveva.
“Sereno” sembra giungere a tranquillizzare in una tappa litigiosa si, ma anche se non si doveva dire, aveva un’atmosfera di incertezza che non era data solo dal cambio di secolo.
“Sereno è casa mia. Io, in pigiama, e le mie mille incisioni, nastri quì e là. Io, in pigiama, cantando, registrando, con Antonio Cortés alla chitarra o al piano, con tutta la casa cablata, con i cani che abbaiavano, con il telefono che suonava, gli uccellini che cinguettavano, le cicale nella notte…tutto è registrato. Praticamente un disco organico. Abbiamo aggiunto ben poco
a quello che abbiamo inciso Antonio ed io. Antonio ha dovuto digitalizzare un mare-magno di incisioni di melodie e di idee, perché era la prima volta da “XXX” che non avevo fatto il lavoro prima di comporre quello che io chiamo puzzle, insieme ai musicisti italiani abituali.

Antonio ed io lavoravamo 16 ore al giorno. Una creatività incessante fino a quando Antonio mi ha fermato dicendomi: “Abbiamo già 19 brani e credo che sarebbe meglio concentrarci sul materiale che abbiamo. Ne abbiamo scelti 11.”
Miguel aveva rotto con un sistema di lavoro. “Sereno” si è cantato, si è suonato, si è inciso a Somosaguas, e mixato negli studi Sintonía.

A Bosé interessava che Somosaguas fosse una fabbrica, si, nel più ampio senso della parola, e che ognuno che passava da lì offrisse e nutrisse il suo talento. E se c’erano molteplici talenti, lui era felice di curiosare, approfondire, orientare o perdere per facilitare la bussola…

Era evidente che “Sereno” doveva essere un album intimo e che avrebbe sfiorato la confessione. Si era inciso interamente in casa, si erano elevati i pavimenti per inserire nel cemento i fili elettrici necessari per creare uno studio di registrazione. Lui diceva: “Sono come nuove arterie, vene in realtà, di questa casa”, e continuando diceva di come le canzoni sono state incise in stanze differenti, di come la canicola di quell’estate terminò per offrire al disco quel calore, quella traspirazione delle voci e i ricordi conservati come tesori tra le pareti di Somosaguas. Ripeteva spesso la parola “organico”, allora molto nuova e con la quale voleva dire che il disco era come un buon vegetale, un alimento amato, seminato e vigilato al passo dei giorni di quell’estate irripetibile.
Diceva anche che cantava in pigiama: che terminavano di mangiare, lui, i suoi musicisti e i suoi amici, facevano una siesta e riprendevano con le registrazioni. Lo spirito della comune scivola spesso nel risultato finale.
Bosé generalmente parla di “Sereno” con appassionamento per quella estate, per questi fili elettrici sotterranei, per questi rumori che si colorano nella produzione finale. E lascia cadere la scelta dei colori della copertina, il lilla e il nero della sua camicia che, in parole sue, “sono i colori della torería. Del mantello. I gigli del dolore, i colori del sangue”. Guardatela adesso la copertina e lo vedrete esattamente. E’ un mantello aperto come un ventaglio attorno al suo viso, indiscutibilmente sereno e vicino. Scoperto, prossimo e completamente Bosé. Solo che, l’alone che lo protegge, è la sua eredità Dominguín. Lui preferisce dire “Bosé all’esterno e Dominguín all’interno”, ma schierando tutta la copertina, vediamo che abbandona la camicia nera…e lui stesso si tira indietro, come vinto, forse come un toro dato al potere della lotta.

Una volta ancora Bosé porta lontano, molto lontano il suo potere di seduzione fino a convertirlo in uno di quei radicali giochi di parole tanto potenti nelle sue canzoni.
La nudità, la carica autobiografica, la serenità e familiarità dell’album fecero di “Sereno” un’opera a 360° che si apprezza sempre più con il tempo, un merito enorme per un’opera discografica.
“Sereno” infatti ricevette il Grammy al miglior album del pop latino, il primo concesso a Miguel nell’arco della sua lunga traiettoria. E se in quel momento Miguel pensò che forse il premio massimo dell’industria discografica gli era stato concesso per emendare la difficile relazione con esponenti rilevanti dell’industria, oggi, con la serenità e la consapevolezza non si può che pensare che si è trattato di un meritato riconoscimento ad un album che ha saputo navigare nella frivolità del pop per offrire ampie, profonde riflessioni sul suo autore.

“Sereno” è il disco personale e intrasferibile. Bosé si scioglie verso dopo verso come se si trattasse della scrittura automatica dei surrealisti di André Breton.
“Non so quando la cosa è iniziata…però c’è stato un momento in cui ho iniziato a esprimermi con chiarezza e nessuno più mi ha detto: “Che belle parole, ma cosa vuoi dire!?”.
So che la forza delle mie canzoni è sempre arrivata. L’intensità delle storie è sempre arrivata. Lo so perché durante i concerti la risposta è immensa.
E’ come quando non comprendi un quadro, ti metti davanti e provi un sacco di sensazioni che però non riesci a razionalizzare.
Alejandro Sanz, Alex Gonzáles (batterista dei Maná), Nacho Mañó (Presuntos Implicados), quel gran chitarrista di Pedro Andrea, Antonio Ketama Carmona, Sergio Castillo, James McNally, Carlos Jean in mixaggi speciali e una squadra molto numerosa passò sotto la produzione di Peter Walsh e gli arrangiamenti di Chris Cameron.
“Sereno” sono buone vibrazioni. Uno sguardo tenero o crudo, sgualdrino o sensuale, però sempre positivo verso l’amore, l’infanzia, il piacere; e giochi molti giochi di immagini, di parole, di suggestioni. Colori vivi, intensi.

C’erano molti Bosé da scoprire nel secolo XXI. Questo Bosé reinventato, indiscutibile, autorivoluzionato…
La musica nel cinema risuscita tutto, persino il più intimo, perché la capacità della musica di rinfrescare la memoria su fatti e sentimenti è stupefacente” nelle parole del proprio Miguel.

Il poliedrico Bosé parlava di cinema e musica, riceveva copioni e proposte per realizzare pellicole, però rimanendo sempre convinto di preferire la musica. Saggia e gratificante predilezione perché, nessuna arte come la musica, tra le sue sfaccettature artistiche, gli ha dato le crescenti soddisfazioni che conosciamo.
Inclusa la sua passione per l’opera, per le sue scenografie e per le tecniche classiche di rappresentazione. Poesia, interpretazione, direzione artistica, pittura, composizione, tutto congiunto, fraternizzato, potrebbe trovare il suo canale idoneo nella musica, nelle canzoni del suo nuovo progetto.
“Por vos muero” convocava idee ed emozioni, immagini di vari campi. Lo pensò allora e lo spiegò una volta concluso il disco, nei giorni che precedettero la sua pubblicazione nell’aprile del 2004: “Come la musica sottolinea le emozioni di paesaggi, dialoghi, delle sequenze nel cinema, così ho voluto proiettare su uno schermo sonoro nel fondo di ogni canzone, di ogni storia, dotare di sonorità cinematografica ognuno dei dieci argomenti o copioni che contiene questo disco.”

Ambizioso o pretenzioso? L’album “Por vos muero” non è naturale né spontaneo come nemmeno lo è lo stesso Bosé.

Avevano chiesto a Miguel di intervistare Nacho Duato. Miguel voleva documentarsi e si è messo a leggere la biografia “Por vos muero” che hanno scritto sul suo amico Duato. (Questo titolo era anche quello di uno spettacolo che fecero insieme, Nacho, coreografia, Alberto Iglesias, musica e Bosé, recitazione delle poesie di Garcilasco De la Vega).

Miguel leggeva la biografia mentre ascoltava il Concerto n° 5 di Beethoven, il concerto Emperador per piano e orchestra del pianista canadese Glenn Gould. E quando Miguel arrivò a leggere il sonetto “Por vos muero”, iniziò il secondo movimento e cominciò a leggere i versi dei due ultimi terzetti del sonetto di Garcilasco: “Io non sono nato se non per amarti…Per voi muoio”. E testo e musica si edificarono nell’ispirazione di Miguel.

Chris Cameron, Simon Hale o Nicolás Sorín fanno di Bernstein e di Williams di fronte alla corale Coral Metro Voices Choir o alla London Session Orquestra una ricerca di effetto sonoro panoramico in ogni canzone. Pretenzioso o no, barocco, riflessivo, oscuro, il disco fu cantato con umiltà e misura, senza mielosità o gorgheggi inutili e arrangiato senza trucchi né effetti speciali.

“Velvetina” è stato l’album meno venduto in tutta la carriera di Bosé”: “E’ un album astratto, per niente commerciale, di culto”, riconosce il suo creatore, “ma a poco a poco si va scoprendo di più. Non è stato un grande successo di mercato all’inizio, però le vendite nel tempo aumentano come l’attenzione al prodotto. Sono convinto che si finirà per conoscere e riconoscere il disco in futuro.”
“Velvetina” è apparso 21 anni dopo “Bandido”, il disco che ha segnato il primo cambio radicale di Bosé. Quindi, se “Bandido” ha supposto il primo giro di 180° di Bosé, “Velvetina” suppose il nuovo giro di boa equivalente a “Bandido”, nel senso che si trattò di un nuovo cambio radicale.

“Per “Velvetina”, Antonio Cortés ed io, facemmo melodie e strutture di canzoni che non avevano niente a che vedere con il mio passato, che non ricordavano niente di quello che avevo già fatto.
Velvetina suppone un punto di inflessione nella mia musica, e segna da quel momento, il cammino che voglio continuare a percorrere. Questo mi è già successo altre volte nella vita, cioè dire a me stesso che finisce una tappa e ne comincia un’altra”, conferma Bosé. “Velvetina è una scommessa molto speciale. Non si tratta di ritirarmi dalla musica, ma di affrontarla in un’altra maniera, di chiudere un ciclo e aprirne un altro. Quello che inaugura Velvetina, non riguarda solo un ciclo musicale, bensì anche vitale, che covava ed è andato larvandosi poco a poco.”

“Velvetina” è stato presentato un anno dopo l’album “Por vos muero”, il progetto pop in chiave sinfonica con corale inclusa. Però i due lavori sono nati in parallelo, con l’idea di pubblicarli allo stesso tempo.

“Da un lato, con il “Por vos muero” volevo mostrare le mie radici classiche, quelle dalle quali provengo, fabbricando colonne sonore a favore di canzoni pop non scritte da me e che mi hanno aspettato nel tempo. Dall’altro lato con “Velvetina”, volevo annunciare il futuro, il cammino verso il quale volevo dirigermi. Però la realtà del mercato ha impedito che si realizzasse il mio sogno di vedere entrambi i dischi contemporaneamente in vendita”.
Aggiunge Miguel che in capo all’idea originale, nella decisione della casa discografica Warner di non pubblicare insieme i due progetti, pesò il fatto di scegliere quale single lanciare, il classico o il contemporaneo? E pesò anche il pensiero della confusione che tutto questo avrebbe potuto provocare. Furono argomenti molto solidi, contundenti, definitivi, in quanto il primo single ha il dovere e la responsabilità di raccontare cosa contiene un disco e, in questo caso, la scommessa era un mostro con due teste che correvano il rischio di mangiarsi l’una con l’altra.
“Velvetina” è, secondo quanto spiega Bosé, un lavoro scritto, composto, costruito e dato alla luce mano a mano con Antonio Cortés. E Antonio Cortés è un musicista timido, radicale, austero, multistrumentista, compositore, madrileño, complice, amico, complementare, con il quale Bosé lavorò la prima volta con il tour “Laberinto” e con il quale fabbrico il progetto “Sereno”.
“Velvetina” è stato un disco realizzato a basso costo perché “Por vos muero” si era mangiato tutto il denaro destinato ai due progetti. Però fu precisamente questo limite che ci permise molta libertà, ci tolse di dosso pressione e ci diede la possibilità di fare un disco sperimentale basato solo sull’istinto. Antonio è stato capace di scuotermi nel più profondo, di provocarmi a tempo. Mi fece una proposta che mi mise tra la spada e la parete, tanto rivoluzionaria come le mie urgenze, e ho ceduto.”
Nel parlare di “Velvetina” tutti menzionano l’elettronica, però il cantante ha assicurato che “quando si parla solo di questo, si riduce la naturalezza della sua vera personalità, benché esista una radice comune che è l’informatica, oltre ad un mondo sintetico, esiste un mondo acustico di librerie soniche”.
“Velvetina” è la sua scommessa più contundente e radicale, che conferma Miguel Bosé come artista inquieto, camaleontico e sempre pronto a reinventarsi. Lo stesso Bosé ha confermato che in Velvetina ci sono chiari riferimenti ai tedeschi Kraftwerk e, in generale, alla musica dance degli anni settanta, e si è confessato devoto seguitore di tutta la dance, dal trance al chill-out. Da questa passione per l’eclettismo, Antonio Cortés e Miguel Bosé, sostenuti da elementi sonori di alta risoluzione, da una tecnica raffinata di composizione e da un eccellente utilizzo della voce (dettaglio questo, molto importante perché fino a Velvetina la voce di Bosé era stata carismatica ma poco tecnica), diedero forma ad alcune canzoni che si muovono tra distinti stili: trip hop, dance, chill-out, house, drum and bass e qualche modernismo sonoro che ricorda poderosamente Franco Battiato.

“Quando conclusi Velvetina, mi sono reso conto che le canzoni che conteneva non avevano spazio in un nuovo tour tipico di Bosé, perché dopo 30 anni di carriera, avevo così tanti grandi successi accumulati che il pubblico non comprendeva se non li cantavo o che sacrificassi molti di loro in cambio dei nuovi pezzi. No! Non c’era il tempo per introdurli nei concerti, a meno che i concerti durassero più di tre ore, qualcosa di impossibile. Cosicché “Papito” non solo è arrivato per chiudere un ciclo naturale di 30 anni e celebrare un repertorio che prima o poi lascerò, no, non solo, ha soprattutto un senso pragmatico, come potete comprendere”.
30 anni di carriera nei quali Miguel può ammettere di essere diventato, per meriti accumulati e diritti propri, il sex symbol spagnolo per antonomasia, l’unico che può vantarsi di sconvolgere gli ormoni di uomini e donne, di madri e figlie, di intellettuali e qualunquisti, maturi e adolescenti di tutte le età, affinità, ideologie e credo. Si, può darsi ci sia qualche altro nome che attualmente è più in voga, attori, stelle televisive, pseudocantanti, però, chi di loro si manterrà 30 anni, senza perdere, anzi conquistando fascino con ogni ruga, con ogni capello bianco, con ogni anno vissuto e arato a solchi sulla pelle?
E Miguel ci è riuscito senza cedere un millimetro il terrero ben custodito e segreto della sua vita privata, mantenendo il mistero e l’ambiguità, senza aver reso pubblica una delle sue storie d’amore, eroica quanto inverosimile prodezza, per un mondo che si caratterizza così tanto nel pettegolezzo e nell’invidia.
Sappiamo qualcosa degli amori di Bosé, delle sue preferenze, dei suoi giochi? No, né ci manca che si riveli, perché nell’ambiguità di Bosé, nella sua curata indefinizione, radica il segreto del suo incanto. Miguel Bosé dice solo quello che vuole dire ed è così sommamente intelligente da evadere i temi che lo mettono a disagio, che non lo interessano o quelli dei quali semplicemente non vuole parlare. Nonostante tutto sa come imbalsamare con questa schiva personalità, tra l’eleganza e l’altezzosità. Vediamo in Miguel quello che vorremmo essere, come uno schermo in bianco dove proiettare le nostre fantasie. In questo senso, Miguel, come le arche pubbliche, è, sempre è stato e sarà, di tutti e di nessuno.

“Papito è stato il lavoro più duro, il più difficile e sicuramente il più delicato di tutta la mia vita. Tanto che sono stato sul punto di gettare la spugna un paio di volte, disperato. Però, il mio carattere mi impedisce di lasciare le cose a metà o a un quarto del cammino.
Ho detto tre volte di no quando mi hanno proposto questo progetto. Ma ho la fortuna di essere circondato da una razza di gente che con me insiste, e che sa meglio di me quello che mi conviene di più nei momenti chiave. Questa stessa gente che, incosciente, scommette per me se intuisce che ciò che più mi conviene è sbagliarmi. Cosicchè decisi di cedere alla bontà del progetto nonostante me. Morale della favola, alla fine, finii per chiudere questo progetto solo dopo migliaia di kilometri, di pazienza e viaggi. E solo Dio sa che mai avrei potuto indovinare le conseguenze del disco. Furono soprattutto due le cose che mi hanno spronato a portare a termine il progetto: una, la rabbia superba della mia coerenza e due, l’entusiasmo di Paco Pérez, l’unico visionario in verità, fin dal principio di questa assurda avventura….fu un processo enorme.

Fu un lavoro a quattro – Nicolás Sorin, Sandy McLelland, Andrés Levin y Carlos Jean – ognuno senza avere informazione di cosa aveva fatto l’altro: l’unico che conosceva tutto il processo ero io e Pepo Sherman che è il mio braccio destro.
Tutto sotto il suono di Andy Bradfield, che costò, perché era il primo progetto latino nel quale entrava.
“Papito” è la celebrazione di 30 anni di carriera e, questa festa che a me non piaceva dare, perché io di celebrare non ne voglio mai sapere, niente, il meno possibile, è stata necessaria soprattutto per gratitudine: 30 anni sono un gran peso, c’è molta gente che è stata co-protagonista di tutto questo. Ho avuto una carriera molto atipica, divisa in due tappe: da una parte, una che è pre-Bosé anche se, sempre di Bosé si tratta; l’altra, a partire da “Bandido”, dove nasce l’autoria, il linguaggio….A partire da questo momento inizia una carriera di costanti scommesse, nella quale la gente ha dovuto buttarsi nel vuoto con me e lo ha fatto progetto dopo progetto, in forma assolutamente volontaria, convinta e con una complicità brutale.

Per questo credo che era arrivato il momento giusto per celebrare”.